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Saggio

In pieno Biedermeier

Il pianoforte Bösendorfer di Alfonso Rendano nel clima culturale dell’Ottocento.

Antonella Barbarossa

In pieno Biedermeier, mentre John Broadwood crea il meccanismo del pedale “a lira” che lascia al pianista estrema libertà gestuale e Alpheus Babcock brevetta il telaio metallico fuso in un solo blocco, nel 1828 vede la luce il pianoforte di Ignaz Bösendorfer, ben presto affiancato dal figlio Ludwig. Uno strumento che non passa certo inosservato fra i grandi pianisti del tempo in quanto capace di unire la raffinata eleganza estetica all’altissima qualità tecnica, al punto da far nominare Ignaz Bösendorfer, già nel 1830, “costruttore ufficiale di pianoforti dell’Imperatore d’Austria”. Il suono corposo, ricco di armonici, e la meccanica costruita con la massima attenzione al giusto equilibrio fra le parti che la compongono, spinsero Liszt a scegliere il Bösendorfer per sostenere la sua tecnica incredibilmente potente e realizzare quel “lavoro” sul suono che caratterizza soprattutto gli anni della maturità dell’artista. Sono, non a caso, gli anni in cui venne costruito lo splendido esemplare sul quale ha studiato Alfonso Rendano che al musicista ungherese, d’altronde, era legato da profonda amicizia e da sincera, reciproca ammirazione. Durante il soggiorno di Rendano a Weimar, infatti, Liszt volle eseguire il suo Quintetto per pianoforte ed archi e, insieme all’autore, la riduzione per due tastiere del Concerto per pianoforte e orchestra. Baluardo di un’epoca gloriosa, il Bösendorfer di Rendano, datato 1862, sta per ritrovare il suo antico splendore affidato ad un maestro quale Alfredo De Luca che ha individuato nel cambio della martelliera e nella pulizia delle corde gli interventi necessari per recuperare appieno il suono magico di uno strumento che ancora oggi, a distanza di oltre un secolo, è in grado di testimoniare, con la sua bellezza, quanto sia fragile la distinzione fra artigianato ed arte. Antonella Barbarossa Direttore del Conservatorio F. Torrefranca di Vibo valentia