Lectio magistralis
L’etica nella cultura musicale
Una riflessione sulle responsabilità educative e sociali della cultura musicale.
Papa Benedetto XVI, in una delle Sue tante profonde meditazioni, ebbe a dire a proposito della conversione di San Paolo sulla via di Damasco: “All’origine dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. Il contesto richiamato e da cui parto per affrontare il tema di questa “lectio magistralis”, unitamente ai problemi che emergono dai segni di una condizione del mondo che sta cambiando i propri connotati strutturali, consente di azzardare una seria riflessione per un modello etico più ampio e moderno e una nozione di etica, strettamente collegata al concetto di morale, legata alla nuova rivoluzione tecnologica. La morale, storicamente, indica l’assieme dei valori di un individuo; il canone fondamentale della morale è dato dai comportamenti e dai confini entro cui la libertà umana si esprime. Sono quindi le “nuove regole pratiche” che identificano il concetto di etica per la popolazione del pianeta nel terzo millennio. Le qualità interiori, a questo punto, sono la fonte di un possibile mondo “eticamente armonioso” e ogni gruppo di individui, in qualsiasi parte del globo terrestre, avrà le proprie “regole”. Per esempio: il cristiano San Paolo senza seguire un ordine teorico presenta di fatto lo stile di vita del cristiano quando dice:” Il giusto per fede vivrà”; o “non ogni cosa edifica, ogni cosa mi è lecita, ma non ogni cosa è vantaggiosa.” (1 Corinzi 10:23).
Questi esempi ci consentono di afferrare in modo convincente la specificità dell’argomento, in quanto emerge e si impone all’interno della cultura musicale il segmento “regole etiche”. Più esattamente, quando la scuola ha il compito di fornire al giovane una ricchezza di “sapere”, essa si assume anche il compito di “conferire un senso”, e di ricercare un fondamento a questo sapere, interpretarlo da un punto di vista etico e scientifico, senza il quale l’esigenza di comprensione del reale che si realizza in generale nelle discipline particolari come la musica, resterebbe insoddisfatta. Oggi, l’etica fa sentire il suo richiamo urgente nel principio di responsabilità. Si cercano nuove strade, che mettano fine alla “demoralizzazione” dell’uomo, privo di punti di riferimento nell’epoca della globalizzazione culturale ed economica. Il personal computer è una macchina della libertà individuale e collettiva o produrrà “l’individuo grigio” ovvero” l’uomo senza qualità” così definito perché avrà perso le proprie radici? Internet sarà l’espediente vincente della nuova emancipazione degli individui o sarà il moderno controllo collettivo dell’umanità e dell’anti democrazia tecnologica a servizio esclusivo del commercio e del potere economico mondiale? Il mondo digitale- telematico e delle cyber navigazioni, il “video-immagine”, che ha trasformato l’”homo sapiens” che riusciva a parlare e scrivere nell’”homo videns” che è solo virtuale, quali conseguenze avrà sulla formazione dei giovani? Alla luce di queste domande è mia intenzione rifarmi a una linea interpretativa che considera gli aspetti etici come prioritari e tali da essere generativi in un sistema formativo- musicale.
Se è vero il passo biblico: “niente di nuovo sotto il sole” allora dobbiamo ricercare nella remota antichità come restare sostenitori dell’ identità d’origine e trovare quei giusti principi ispiratori per dare delle risposte convincenti a questo mutamento epocale, che viaggia sulla rete e che fa diventare reale il virtuale; dove anche il mondo del lavoro si trasforma in tele-lavoro e quindi i nuovi posti di lavoro sono creati dal sistema telematico.
Secondo il filosofo Platone, prendendo il via dallo strumento musicale, il suono passa attraverso l’aria e l’orecchio, che ha la funzione di collegamento, successivamente raggiunge il cervello per arrivare, infine, attraverso i vasi sanguigni, alla regione del fegato e all’”anima”.
Questa teoria Platonica dell’anima, in considerazione delle definizioni date da una sua celebre opera il Timeo, identifica tre zone del corpo ben determinate: il cervello o la testa in generale, da cui governa; il cuore situato nel petto, e il fegato, collocato tra il diaframma e l’ombelico, come organo divinatorio. Il suono, dopo aver raggiunto il corpo, passa attraverso le tre parti dell’anima servendosi dell’intervento del sangue (all’epoca non si conosceva il sistema nervoso).
A questo punto, l’anima umana risponde agli stimoli che le arrivano improvvisamente attraverso il sangue, stimoli prodotti da impressioni ricevute o da quanto già conosce nella sua incarnazione.
Considerando così la questione, per Platone la definizione è generale ovvero il movimento del suono che è semplice e continuo arriva “fino all’anima”; si tratta di un ritorno del suono dal fegato al cervello, sede dell’intelletto.
Platone, che nel Timeo descrive l’anima del mondo, spiega le percezioni musicali in riferimento sia all’orecchio umano che all’armonia celeste che in quanto divina è eterna. Gli accordi, per esempio, (gruppo di tre note in verticale), sono per Platone delle rappresentazioni imperfette dell’armonia e degli accordi celesti, riescono comunque ad esercitare un’ascendente positivo sull’anima che li riceve e, per questo motivo, hanno una virtù educativa. Non a caso per Platone i suoni muoiono perché i loro movimenti sono mortali, ma è in questi suoni che viene riflessa l’armonia divina regnante nel cielo. L’armonia nella nascita e nella morte lascia, dunque, delle tracce al momento del suo passaggio attraverso il corpo umano.
È in virtù del vero significato dei suoni quale trasmissione dell’ispirazione che si arriva al secondo scopo della funzione della musica di preparare, secondo Platone, i giovani a diventare la parte amante del sapere e l’immagine della vita migliore e più bella. In pratica l’intelligenza viene anch’essa formata dallo studio e dalla pratica della musica.
Nell’altro celebre libro il Protagora è famosa la frase “l’intera vita dell’uomo richiede una bella armonia e un bel ritmo.”
Platone considera l’udito come un dono divino che esercita sull’intelletto una influenza molto più importante della vista. Sempre nel Timeo dice: “Degli uomini che percepiscono le armonie, alcuni sono degli insensati perché da queste traggono solo piacere, non potendo spiegare l’esistenza a causa della loro ignoranza; altri invece sono lungimiranti, capaci di intravedere l’armonia eterna, grazie alla loro ragione e in virtù di queste armonie fuggevoli, partecipando così a una sorta di contemplazione del Bene supremo”.
Questi uomini, quindi, conoscono la vera felicità. Un aneddoto, che nonostante tutto dimostra che a distanza di secoli, le circostanze si ripetono, ci viene raccontato da un allievo di Aristosseno considerato un musicista serio che coltivava “l’arte per l’arte”: «Aristosseno voleva dare un tono alto e di spessore alla musica di contro ad una tendenza di basso profilo, oggi diremmo che predominava anche a quei tempi la musica commerciale. Un giorno uno dei suoi famigliari gli chiese: Quale vantaggio ne ricaverai a denigrare il canto moderno e piacevole per coltivare lo stile serio?; al che il filosofo-musicista rispose: “che tu canterai più raramente nei teatri”.» Con questa battuta Aristosseno intendeva dire che non era possibile compiacere le masse e, al tempo stesso, pensare di essere sullo stesso livello di chi coltivava l’arte musicale colta. Questo è un aspetto, per esempio, di scelta etica: preferite la popolarità o essere fedeli alle severe leggi dell’arte ovvero alla vera cultura?
È proprio questo il contesto in cui trova spazio il discorso sull’educazione musicale. Sempre Platone insiste sulla necessità di non divulgare, per esempio, alcune tipologie di musica che, attraverso i loro possibili effetti sulle emozioni, sono associate a modi di agire negativi. Per via dell’inesistenza di notazione musicale, non abbiamo tracce concrete su cui sia possibile trarre elementi adeguati per l’indagine su quale musica eventualmente sia dannosa e quale invece benefica per l’educazione di un giovane allievo. In effetti sia Platone che Aristotele esercitarono il loro influsso su una vasta gamma di idee. Tutta la scienza della musica sorta sotto l’influsso dei Greci andò incontro a un marcato sviluppo di trasformazione. Le testimonianze del VI e del V secolo mostrano il cambiamento nell’uso del termine psychè, impiegato per individuare la personalità del vivente, particolarmente per quanto riguarda gli aspetti emotivi, in pratica è un organo della coscienza vista come una specie di intuizione non razionale.
Una concezione, dunque, naturalistica. Da qui il richiamo alla natura divina dell’anima: “Aristotele diceva che la nozione degli dei ha avuto origine negli uomini da due fonti: dagli avvenimenti concernenti l’anima e dai fenomeni celesti. Dagli avvenimenti concernenti l’anima a cagione delle ispirazioni che questa ha nei sogni e nelle profezie. Quando infatti, egli dice, nel sonno l’anima viene ad essere per sé, allora, assunta la sua propria natura, essa prevede e predice le cose future. Tale essa è anche nel separarsi dai corpi al momento della morte”. Nelle profezie e nei sogni, dunque, quest’anima divina predice le cose future perché nel sonno l’anima assume la propria natura; la stessa condizione si verifica quando l’anima si separa dal corpo al momento della morte. Se così si prospetta la presenza e l’importanza dell’anima nell’ individuo allora il monito delfico “conosci te stesso” può senza dubbio esser assunto quale esigenza morale del filosofare socratico per trovare una opportuna risposta e un’adeguata analisi di ciò che è stato evidenziato in apertura del testo. Chi è dunque il “te stesso”? In definitiva, dobbiamo partire dalla scoperta di avere una volontà e che vogliamo imprimere una direzione alla vita. Socrate riteneva che ogni individuo può conoscere se stesso tramite un retto ragionamento. In tal senso il mestiere dell’insegnante è simile a quello dell’ostetrica: l’ostetrica aiuta la donna a partorire il suo bimbo e l’insegnante aiuta il giovane allievo a partorire i suoi pensieri in maniera sana. Socrate era altresì convinto che la verità risiede in fondo al cuore di ogni essere umano e che, tramite la maieutica (l’arte di far partorire), è possibile portare la verità alla luce, come l’ostetrica porta alla luce il bambino. Ma tutto ciò può avvenire soltanto se l’insegnante nella sua coscienza è onestamente consapevole di sapere di non sapere e quindi esser consapevole di non potere giungere alla piena conoscenza della verità. Questo significa che ognuno di noi deve essere consapevole del fatto che conoscere se stesso funziona fino ad un certo punto, oltre il quale non si può andare. Soltanto uno conosceva quello che era nell’uomo, si chiama Cristo. Nessun uomo sapeva riconoscere quello che era nel cuore di ogni uomo più di Lui. Egli sapeva che Giuda lo avrebbe tradito e alla fine della cena si rivolse a lui dicendo: “quello che devi fare, fallo presto”; egli sapeva che i suoi discepoli, dopo il suo arresto, lo avrebbero abbandonato. Egli infatti disse loro:
“L’ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo e mi lascerete solo” noi non riusciremo mai a conoscere pienamente noi stessi coi nostri sforzi personali, ma potremmo, come scelta etica e come popolo italiano, recuperare il senso originario della nostra identità umana ponendoci come figli di Dio e riacquistare la nostra identità mediante la fede. Comunque qualunque sia la preferenza di opzione per ognuno di noi, ci sono valori comuni sia nella scelta religiosa che laica per orientare un impegno formativo del giovane, consapevole e serio in nome della dignità e della responsabilità umana. In tale prospettiva, può essere desunta una pedagogia etica, volta a permettere una didattica completa di ciò che si presenta davanti come possibilità di vita buona. E in tal senso il passato storico da cui siamo partiti assume il valore di un “passato-traccia”, aperto al senso del tempo che viviamo ovvero del presente. Praticare l’etica in quanto sostegno di un’attitudine, pensando che l’allievo rappresenta una dimensione pratica, da intendersi sotto l’aspetto sia morale che sociale. La fedeltà ad impegnarsi per un progetto di vita in una dimensione di senso più ampia, dove il senso dell’umanità acquista un valore universalmente riconosciuto ed accettato come forma ideale di vita. In tale fedeltà si può individuare e perseguire l’educazione dei giovani. Questo deve essere il compito di vita da seguire, attraverso il quale elevarsi ed edificarsi. Nel regno della musica occorre tendere l’orecchio nel cuore di ogni singolo allievo e uniformare i suoi battiti al senso della vita e al sentimento dell’armonia. Esiste attraverso la pratica della musica l’armonia del saper vivere. Il sapere non deve essere finalizzato a se stesso; il vero sapere è quello che conferisce la giusta dimensione all’anima e rende migliore e sereno l’individuo che ad esso si dedica. Questo sapere volto al bene e quindi ricondotto a noi stessi permette di ricercare anche la giusta misura del nostro agire.
Il ruolo del professore allora consiste essenzialmente nel curare l’allievo a che impari il bene attraverso la disciplina che ha scelto di praticare. Come camminare, allora, per questa strada?; sicuramente non accettando con rassegnazione “il destino dell’epoca che viviamo” ritenendo che è impossibile opporsi all’ineluttabilità del destino. Credo che anche il singolo può dare l’esempio che non è dato solo dalla bravura, nel nostro caso, di sapere suonare bene uno strumento, ma come insegnavano i filosofi della Grecia, più con il comportamento, il saper vestire, il cibo e i valori. L’umanità può sempre trovare soluzioni nuove e scegliere una forma di vita giusta. Quest’arte di vivere è ciò che chiamiamo etica. Anche se non sappiamo cosa ci succede ogni giorno, possiamo scegliere cosa fare di fronte a quello che ci accade; c’è sempre una opzione di fronte ad un problema: ti lasci andare per abitudine alla rassegnazione o reagisci con l’azione onesta? Credo che una prima condizione dell’etica sia la scelta di non vivere come capita tanto prima poi dobbiamo morire. In ogni momento della vita il piacere diventa un gioco pericoloso, allora occorre sapere scegliere la strada giusta della positività. Chi fa le scelte alla fine è ciascuno di noi. A questo punto della mia esposizione, e mi avvio alla conclusione, è lecito domandarsi perché dovreste credere nel mio dire. La risposta è inscritta nella stessa storia, a cominciare da Cristo e da Platone; per strade diverse hanno aiutato gli altri a comprendere la vita. Pensare al bene significa avere “uno sguardo lungo” e offrire alla vita una prospettiva che ci affranca dalla solitudine aiutandoci a risolvere i piccoli problemi del quotidiano. L’apertura agli altri deve essere un dialogo per comprendere gli esseri umani senza differenze di religione e di civiltà. Concludo con la speranza di avere messo attraverso queste riflessioni, al servizio di tutti ed in particolare dei giovani professori l’esperienza della mia vita. Chiunque partecipi oggi alla vita del mondo sa che non è tutta “acqua passata” e quindi è giusto che sia il pensiero esemplare di Platone e L’Apostolo Paolo a chiudere questa indagine sui grandi interrogati della vita:
Vi dico che proprio questo è per l’uomo il bene maggiore, ragionare ogni giorno della virtù e degli altri argomenti sui quali m’avete udito disputare e far ricerche su me stesso e su gli altri, e che una vita che non faccia di queste ricerche non è degna d’esser vissuta (Platone, Apologia di Socrate, XXVIII).
“Fratelli, qualora uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso, per non cadere anche tu in tentazione. Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e non negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello. Chi viene istruito nella dottrina, faccia parte di quanto possiede a chi lo istruisce. Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l'occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede”. (la legge di Cristo- capitolo 6,1-18).
Antonella Barbarossa